Coding alla materna? Yes, we can

Pubblicato in data 22 gennaio 2016 su “Scuola e Tecnologia

Spesso parlo di coding e lo faccio rivolgendomi alle colleghe delle scuola primaria. L’altra sera sono stata a cena con delle amiche (e amiche di amiche), tra cui vi erano delle insegnanti di scuola materna. Durante la cena ho raccontato di come è possibile applicare il concetto di coding anche alla scuola dell’infanzia ed entusiaste dell’attività mi hanno chiesto di dettagliare il più possibile tutti i passaggi affinché l’esperienza di coding con i “piccolini” possa essere replicata da tutti gli interessati.

Materiali necessari da realizzare prima dell’inizio dell’attività (per ciascun gruppo):

– Ampio “tappeto” nero realizzato ad esempio con dei cartelloni bristol neri (suggerisco sei cartelloni della misura grande 70×100 per ciascun gruppo) che saranno stati precedentemente attaccati insieme con del nastro adesivo trasparente in modo da formare appunto un ampio tappeto nero.

– Reticolato bianco. Si può creare con la stoffa e cucire poi le varie strisce dove esse si incrociano, oppure utilizzare la carta modello e tagliarla per realizzare una griglia e poi incollarne i punti in cui si vanno a sovrapporre. L’unica attenzione è creare dei quadrati abbastanza grandi per far poi posizionare i bambini all’interno di essi.

– La testa del robot. Altro accessorio importante (soprattutto per il divertimento dei bambini) sarà avere a disposizione per ciascun gruppo una scatola di cartone grande abbastanza per far entrare in maniera comoda la testa di un bimbo. Questa scatola, intagliata per dare spazio agli occhi, naso e bocca sarà infatti il costume perfetto affinché ogni bimbo possa rappresentare il robottino che sta cercando la strada per tornare a casa.

– Gessetti colorati (blu, verde, rosso, bianco, grigio, etc…)

Attività.

Ipotizziamo di trovarci in una classe con 20 bambini. La prima attività da fare è farli sedere per terra a cerchio e mostrare loro un piccolo robottino. Possiamo raccontargli la storia del robottino che si è perso e che sta cercando di tornare sull’ astronave dove lo attendono i suoi genitori per riportarlo a casa. Attraverso l’attività che verrà proposta impareranno a dare le istruzioni necessarie al robottino per permettergli di trovare la strada per raggiungere l’astronave.

Il passo successivo è dividerli in gruppi. Secondo la mia esperienza il gruppo può essere funzionale se composto da un minimo di 3 fino ad un massimo di 5 bambini. Per questa attività sarebbe utile essere in compresenza o comunque cercare la collaborazione di una o più colleghe in modo che ciascuna maestra possa osservare e seguire attentamente massimo due gruppi (10 bambini).

Ad ogni bambino verrà data la possibilità di disegnare sul “tappeto nero” del proprio gruppo un ostacolo. Esso potrà essere una pozzanghera (una macchia blu), un cespuglio (una macchia verde), della lava (macchia rossa) etc… Un bambino infine dovrà disegnare anche l’astronave che riporterà il robottino a casa.

Terminato il disegno, un bambino per volta indosserà la “maschera” del robottino e sarà comandato dai suoi amici.

robottino

I comandi però dovranno essere del seguente tipo e ogni passo dovrà corrispondere ad un quadrato della griglia:

  • Un passo avanti
  • Un passo indietro
  • Un passo a destra
  • Un passo a sinistra

 

Per i più grandi, sarà anche possibile far anticipare alle istruzioni vocali, un proprio disegno rappresentante i comandi che si vorranno dare al robottino, con ad esempio delle frecce:

frecce.jpg

Questi fogli diventeranno delle rappresentazioni di stringhe di comandi veri e propri!

I più piccoli invece procederanno solo attraverso le indicazioni vocali, e al termine dell’attività, si potranno consegnare delle schede da colorare in cui vi è rappresentato il robottino (quello della storia raccontata) e la griglia sulla quale ogni bambino potrà replicare gli ostacoli del tappeto del proprio gruppo (o se molto piccoli posizionarli a piacere in posti diversi).

Competenze e abilità sviluppate

Cosa abbiamo ottenuto attraverso questa semplice attività unplugged?

 

  1. Si è lavorato sulla zona di sviluppo prossimale del bambino

La zona di sviluppo prossimale (ZSP) è un concetto introdotto dallo psicologo russo Lev Vygotskij è ed utile per spiegare come l’apprendimento del bambino si svolga con l’aiuto degli altri. La ZSP è definita come la distanza tra il livello di sviluppo attuale e il livello di sviluppo potenziale, che può essere raggiunto con l’aiuto di altre persone, che siano adulti o dei pari con un livello di competenza maggiore. In questo caso le maestre (ecco perché ogni insegnante dovrebbe stare al massimo su due gruppi) e i bambini più grandi della classe sono un ottimo aiuto per permettere al bimbo di acquisire nuove capacità senza sperimentare la frustrazione del fallimento.

 

2. Abbiamo fatto conoscere ed utilizzare ai nostri bambini gli algoritmi!

Un algoritmo è un procedimento che risolve un determinato problema attraverso un numero finito di passi elementari. In questo caso il problema è stato esposto all’inizio dell’attività attraverso la storia, ovvero far giungere il robottino fino alla sua navicella senza incorrere negli ostacoli. Seppur può sembrare un’attività banale, essa non lo è affatto poiché richiede l’attivazione di abilità cognitive specifiche come ad esempio la concettualizzazione del problema e l’attivazione della “previsione”. Se un bambino comanda al suo compagno “robottino” di fare un passo ma sul quadrato è stato disegnato un ostacolo, probabilmente non avrà attivato la previsione del movimento. Se un bimbo comanda di aggirare l’ostacolo, esso sta prevedendo una serie di passi che non sono ancora stati messi in pratica nella realtà, ma solo attraverso l’astrazione dei movimenti.

 

3. Hanno attivato la capacità del problem solving

Secondo lo psicologo Gaetano Kanizsa: « Un problema sorge quando un essere vivente, motivato a raggiungere una meta, non può farlo in forma automatica o meccanica, cioè mediante un’attività istintiva o attraverso un comportamento appreso».

Nel nostro caso i bambini devono riuscire a portare il robot alla navicella spaziale. Il problema è che sul percorso ci sono numerosi ostacoli e per aggirarli devono attuare una serie di strategie.

Per Piaget ed Inhelder vi è una distinzione tra immagini riproduttive (evocanti oggetti, situazioni o eventi noti) ed immagini anticipatorie (rappresentanti oggetti costruiti solo mentalmente). Essi affermavano che le immagini visive servivano da punto di partenza nell’attività di concretizzazione dei pensieri evocati dai simboli verbali e dai simboli matematici; questi ultimi, per la loro natura, sono astratti ma il solutore se ne fa un’immagine concreta (e questo è punto cruciale nel problem solving): proprio le immagini visive sono la chiave di volta di questa concretizzazione. In questa attività, la rappresentazione concreta del problema viene data dal tappeto nero, gli ostacoli, la navicella e la maschera per il robottino (immagini riproduttive), utili affinché i bambini possano sviluppare immagini anticipatorie (se faccio muovere di un passo il robottino, incapperà nell’ostacolo?)

Bruner distingue tre fasi di rappresentazione:

a) Esecutiva: fase in cui il mondo del bambino appare dominato dal “linguaggio” dell’azione, la realtà è assimilata dal soggetto nei termini di ciò che si fa o che si può fare

b) Iconica: si passa dal concreto reale al mondo delle immagini mentali astratte;

c) Simbolica: questa fase consiste nella “rappresentazione attraverso dei simboli” (ad es. il linguaggio). In un contesto matematico quando il bambino entra in contatto con simboli astratti inizia una rappresentazione simbolica.

Per Bruner, questi tre modi di rappresentazione si sviluppano in quest’ordine e ciascuno di essi è la base cognitiva per il successivo poiché sono collegati in modo evolutivo.

 

4. Nella memoria emozionale del bambino l’errore sarà unicamente un tentativo.

Sappiamo bene che l’apprendimento non si riferisce solo all’acquisizione di nuove conoscenze e capacità, ma esso fa riferimento anche agli atteggiamenti, i valori e le abitudini; riguarda pertanto tutta la sfera della personalità e non solo l’ambito delle conoscenze e della capacità esecutive. La dimensione emotiva svolge un ruolo fondamentale nell’apprendimento dei bambini soprattutto in età infantile. In questo caso, emozioni e sentimenti si intrecciano contribuendo attivamente (in maniera positiva o negativa), all’apprendimento. L’emozione positiva si trasforma così in sentimento positivo, ossia nel desiderio di apprendere, che gioca un ruolo primario soprattutto nell’ infanzia, periodo nel quale si innescano meccanismi di memorizzazione cosciente e volontaria. È in questo caso che l’errore (far giungere il robottino sull’ostacolo) deve essere unicamente inteso come tentativo attuato.

5. Ci stiamo avvicinando al coding

Come già detto in un precedente articolo, il termine coding contiene numerose sfaccettature, in generale può essere tradotto come l’attività di “fare” codice, o meglio di dare istruzioni, sì perché il linguaggio di programmazione nient’altro è se non l’indicare (attraverso delle regole stabilite) una serie di istruzioni (comandi) al pc che ha conseguentemente il compito di eseguirli.

Abbiamo gettato le basi del coding, poiché attraverso i comandi dati al robottino, si sono susseguite una serie di istruzioni che lo hanno portato fino alla meta!

Annunci

C’erano una volta le foto…adesso ci sono le gif!

Articolo pubblicato su ltaonline in data 23 Novembre 2015

Impossibile non affermare che uno degli assi nella manica di Facebook è stato per molto tempo la possibilità di condividere foto (oltre che stati, post e video). Non solo foto personali, quelle che infatti riuscivano a raggiungere la viralità (espressione metaforica utilizzata per indicare il trasferimento di un contenuto pubblicato online a sempre più persone, con una diffusione paragonabile a quella di un contagio in ambito biologico) erano molto spesso i cosiddetti meme. I meme non sono altro che immagini accompagnate da frasi ironiche che in qualche modo le strappano dal proprio contesto per adattarle a situazioni specifiche. Come non ricordare quelli su Silvio Berlusconi che nel 2013 prometteva la restituzione dell’IMU?

berluska

Oppure i sempreverdi meme di Chack Norris (basati sui Chuck Norris facts) ?

Da qualche mese però i meme sembrano essere stati soppiantati da un’altra forma virale: le Graphics Interchange Format meglio conosciute come gif. I file con estensione .gif sono un insieme di immagini mandate a una determinata  velocità e che girando in loop (ovvero riprodotte a ciclo continuo) sono capaci di presentare un piccolo filmato. La logica che è dietro le gif realizzate con delle foto è la stessa che viene utilizzata nella creazione di cartoni animati, cioè entrambe si basano essenzialmente sulla resistenza delle immagini sulla retina.

pupazzo

Le gif possono essere create non solo con delle foto ma anche partendo di filmati selezionandone la parte interessata.

ForceAwakens6

Al momento su Facebook è però possibile solo inserire il link delle gif (tra l’altro solo sui profili e non sulle pagine), mentre non è possibile crearle direttamente utilizzando questo social network.
È pertanto necessario prenderle da altre fonti, uno tra gli archivi più forniti e utilizzati è Tumblr. Ma come si creano le gif? In realtà esistono numerosi programmi che ne consentono la creazione anche ai meno esperti. Tumblr stesso ha da pochissimo messo a disposizione una nuova funzione per la creazione di gif.  Basterà aprire un post fotografico e verranno selezionati direttamente dalla galleria, gli elementi “giffabili”.
Di archivi ne esistono molti, un altro da consultare (e che come Tumblr offre anche la possibilità di crearne di proprie) è Giphy. Da segnalare infine un’ ultima novità in campo .gif, ovvero le Cinemagraph gif, cioè foto in cui si muove soltanto un elemento mentre gli altri restano bloccati.

Francesca Lazzari