Dall’ora di informatica al coding

Pubblicato in data 9 Dicembre 2015 su “Scuola e Tecnologia

In principio era l’informatica.

Se torniamo indietro di qualche anno (ma in alcune scuole posso garantire che ancora oggi avviene ciò) era facile trovare l’ora di informatica, dove gli alunni venivano fatti spostare dalla propria aula verso la cosiddetta sala informatica. L’informatica all’epoca era pensata come una disciplina a sé stante, dove il docente addetto (già perché vi era un decente specifico, spesso lo “smanettone” dell’istituto capace di accedere al misterioso mondo contenuto nell’elaboratore elettronico), proponeva i primi passi nell’utilizzo del computer. L’informatica era pertanto quasi una disciplina a parte, slegata da tutte le altre e quasi fantascientifico era ipotizzarne un qualsiasi tipo di collegamento con gli altri insegnamenti. Anche la “sala” informatica o per le scuole più avanzate il “laboratorio” di informatica (oggi aula multimediale), aveva una struttura, un setting, standardizzato.

Anche l’informatica, seppur come già detto, era considerata “autonoma”, subiva le logiche di una didattica di tipo trasmissivo-informativo. Questa logica conteneva (e contiene) in sé alcuni assunti che possono essere così riassunti:

  • La conoscenza è un insieme di oggetti;
  • La mente è un contenitore (e parlando di alunni delle primarie, il contenitore è vuoto);
  • Se l’emittente comunica A, il ricevente recepisce A;

La metodologia era pertanto abbastanza semplice: il docente mostrava e spiegava, gli alunni eseguivano.

Imbuto di norimberga

Questo è ciò che avveniva in Italia, almeno fino alla fine degli anni ’90.

Con l’inserimento di un interfaccia sempre più user friendly e con la diffusione di internet, il pc diventa un oggetto “amico” per un pubblico sempre più ampio.

il pc dell'anno

L’ introduzione dei computer all’interno delle diverse realtà lavorative (spesso forzata da parte dalla dirigenza) permette alle diverse generazioni di rompere il ghiaccio.

Parallelamente anche nelle scuole il pc inizia ad assumere una diversa funzione. Da strumento relegato in un laboratorio, viene inserito (ma non integrato!) nelle classi, spesso come supporto per gli alunni disabili.

Se da un lato le generazioni più “anziane” devono fare i conti con i computer sul lavoro, le generazione più giovani iniziano a scoprire i videogame: Nintendo e Sony si affacciano sui mercati introducendo un nuovo modo di rapportarsi ai supporti informatici.

Quando in Italia nei primi anni del duemila i giovani iniziano a diventare fruitori di videogiochi, in America, (ma attenzione, circa 20 anni prima!!), un matematico di nome Seymour Papert, capisce il valore pedagogico del computer e lo introduce (stavolta integrandolo) nelle logiche di insegnamento.

Secondo Papert è possibile utilizzare il computer come ambiente d’apprendimento facilitante nella costruzione di nuove idee. Il computer viene usato dai bambini (grazie allo sviluppo da parte di Papert del linguaggio di programmazione LOGO), come macchina nella creazione di artefatti cognitivi facendo nascere all’interno di ambienti didattici quello che oggi viene definito “coding“.

Il termine coding contiene numerose sfaccettature, in generale può essere tradotto come l’attività di “fare” codice, o meglio di dare istruzioni, sì perché il linguaggio di programmazione nient’altro è se non l’indicare (attraverso delle regole stabilite) una serie di istruzioni (comandi) al pc che ha conseguentemente il compito di eseguirli.

Se l’interfaccia userfriendly ha avvicinato il vasto pubblico all’uso del pc, allo stesso tempo ha fatto smarrire la consapevolezza di ciò che “c’è dietro”: il codice appunto.

Già nel 2006, le raccomandazioni di Lisbona sul fronte delle “competenze chiave” distingueva le competenze di base in campo scientifico e tecnologico, associabili alle ore di informatica, dalle competenze digitali, associabili al più ampio coding.

Il 23 Settembre 2015 il MIUR ha dato avvio all’iniziativa “Programma il futuro” rivolta in particolare agli alunni della primaria. Il coding entra ufficialmente nelle scuole e questa volta addirittura dalla porta principale, ma cosa accade in realtà nelle aule?

Molte insegnanti non hanno mai avuto esperienza di coding, se ne sente parlare tantissimo ma poche hanno toccato con mano cosa vuol dire realmente “fare codice” e farlo in una logica costruttivista e non più (come accadeva per le ore di informatica) secondo un metodo istruttivo-trasmissivo.

Il tentativo del MIUR rischia pertanto di trasformare l’ora del coding nelle vecchie ore di informatica dove nuovamente ritroveremo questa attività separata da tutto il resto. E’ pertanto indispensabile coinvolgere gli insegnanti in attività specifiche al fine di vedere un utilizzo del coding connesso con le altre discipline.

Le insegnanti che hanno avuto la possibilità di sperimentare cosa vuol dire programmare (qui un articolo sulla recente esperienza del Teacher Dojo portata avanti dal Laboratorio di Tecnologie Audiovisive dell’Università di Roma 3) sanno bene che questa attività è essenzialmente multidisciplinare: dal digital storytelling, alla risoluzione di problemi ed esercizi matematici/geometrici, dall’educazione ambientale all’astronomia, ecc ecc.

Tutta la didattica può essere trasformata grazie all’utilizzo del pensiero computazionale, poiché esso è un processo mentale per la risoluzione di problemi costituito dalla combinazione di metodi caratteristici e di strumenti intellettuali, entrambi di valore generale.

Se nella risoluzione di problemi matematici è chiaro come sia necessario attuare un ragionamento di tipo scientifico (osservazione, formulazione di un’ipotesi, attuazione di un esperimento, analisi dei risultati), spesso ciò non è così evidente nelle altre discipline. In realtà il ragionamento per uno studente è identico, così come lo è per qualsiasi altra persona che si trova ad affrontare ogni giorno un dato problema (e non parlo di quelli accademici!).

Immaginiamo di essere arrivati a casa e di non trovare più le chiavi per entrare…non utilizziamo forse lo stesso ragionamento?

Dall’osservazione della situazione (non ho le chiavi) alla formulazione di un’ipotesi (potrei averle lasciate in macchina/ufficio/…), passando per l’attuazione dell’esperimento (ho guardato in macchina/ufficio/ e non ci sono) fino all’analisi dei risultati (al momento non posso entrare in casa); si ripartirà con la formulazione di nuove ipotesi (la vicina dovrebbe avere una copia delle mie chiavi) passando per tutte le altre fasi e così via.

Insegnare a programmare vuol dire pertanto dare la possibilità di imparare le logiche del pensiero computazionale e in senso più lato imparare ad imparare. Proprio per questo motivo è importante oltrepassare le logiche dell’informatica tradizionale per arrivare a parlare di coding. Per fare ciò sarà però indispensabile superare la didattica usuale per attuare nuove strategie di insegnamento dove il docente diviene in questo nuovo contesto un facilitatore di apprendimento.

Da segnalare che dal 7 al 15 Dicembre vi è la settimana nazionale del Piano Scuola Digitale, evento fortemente voluto dal ministro Giannini.

Ulteriori informazioni, spunti e materiali sul progetto sono reperibili sul sito www.programmailfuturo.it o attraverso il profilo Twitter @Programma_il_Futuro.

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